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Sayed Perwiz Kambakhsh intervistato in carcere |
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lunedì 14 luglio 2008 |
«La mia condanna a morte si basa sul nulla. Non ho mai commesso alcun reato. La sentenza è solo una vendetta contro la libertà di stampa e contro i giornalisti». Così si è espresso, in un'intervista esclusiva trasmessa domenica 13 luglio al Tg1 e avvenuta nel carcere di massima sicurezza di Kabul, Sayed Perwiz Kambakhsh, il giornalista afghano di 23 anni condannato a morte in primo grado per blasfemia con l'accusa di aver diffuso un testo tratto da internet sui diritti delle donne. Kambaksh, vestito di una tunica bianca e apparso in buone condizioni di salute, ha avuto un breve scambio di battute con il giornalista del Tg1, interrotto dopo pochi minuti dalle autorità del carcere.
«Credo di essere stato arrestato per vendetta, dopo che mio fratello, anche lui giornalista, aveva svelato traffici illeciti di un signore della guerra» sono le sue ultime battute. La battaglia per lo scagionamento da ogni accusa e per la sua liberazione è condotta in prima persona dal fratello Yaqub Ibrahimi, che è venuto più volte in Italia ricevendo il sostegno di tutta la stampa italiana. In un'udienza del processo di appello contro la sentenza di condanna a morte, svoltasi il 15 giugno scorso al tribunale di Kabul, è stato confermato dalla perizia medica disposta dalla Corte che Kambakhash era stato torturato in carcere dopo l'arresto, avvenuto nell'ottobre scorso, nel tentativo di estorcere una qualche confessione. La condanna a morte in primo grado è stata emessa a Mazar-I-Sharif il 22 gennaio scorso. [fonte Ansa] |